mercoledì 1 ottobre 2014

Pamela Moore, Cioccolata a colazione. Il libro di una ragazza, ma non per le ragazze

Non lasciatevi ingannare dal titolo e dai pois rossi su sfondo bianco in copertina, non si tratta di un romanzetto chick lit e la cioccolata in questione è piuttosto amara.

Pamela Moore, Cioccolata a colazione, Mondadori, pp. 265, €13,00
In un pomeriggio nuvoloso di giugno una donna siede alla scrivania nel suo appartamento di Brooklyn Heights, New York. Suo marito, un giovane avvocato, è uscito. Il figlio è nella stanza accanto, ha nove mesi e sta dormendo. Il cielo fuori dalla finestra è sempre più scuro, improvvisamente scoppia una tempesta di tuoni. La donna sta scrivendo qualcosa sul suo diario. Poi s’interrompe, si alza, apre un ripostiglio ed estrae un fucile calibro 22.
Lei stessa l’ha regalato al marito come arma di autodifesa. Torna alla scrivania ma non riprende a scrivere. Invece, infila la canna del fucile in bocca e preme il grilletto. Finisce così, il 7 giugno 1964, la vita di Pamela Moore. Non ha ancora 27 anni. Un po’ meno di dieci anni prima è stata una delle ragazze più famose d’America, e il suo libro uno dei best-seller più esplosivi del dopoguerra. (dalla bellissima postfazione di Elisabetta Rasy)


Anzitempo e scioccante quando venne pubblicato nel 1956, Cioccolata a colazione è la storia del candido e improvviso risveglio delle giovane Courtney Farrell, combattuta tra il desiderio di amare ed essere amata e la volontà di sperimentare i propri limiti ed i propri desideri, consumata dal bisogno di trovare il suo posto nel mondo, insofferente alle regole prestabilite, soprattutto curiosa del mondo che la circonda. Cinica, indagatrice, sessualmente precoce, Courtney è un’adolescente cresciuta molto in fretta in una famiglia in cui i rapporti interpersonali sono inesistenti e legati alla contingenza.  Non riesce a legare con i suoi coetanei che considera troppo superficiali e prevedibili, e si propone di voler sperimentare tutto nella sua giovane vita, e possibilmente in rapida successione: si innamora della sua insegnante del college, si impegna in una storia passionale con un uomo molto più grande di lei, impara a degustare martini nei bar di Hollywood, frequenta ogni tipo di compagnia.


È inquieta Courtney, sente la pressione di un modello sociale che ancora vuole le donne brave mamme e brave casalinghe, abili a far funzionare gli elettrodomestici ed a mettere il rossetto senza sbavature. Il modello americano degli anni Cinquanta, cui oggi molte ragazze si ispirano nel modo di vestirsi e pettinarsi e che sembra andare tanto di moda, esiliava la donna alle faccende domestiche o poco più. La sicurezza personale derivava dall’essere state dal parrucchiere, la felicità coincideva con grandi sacchetti della spesa pieni di ogni tipo di prodotto e bambini ben vestiti seduti a tavola. Una società asfittica di individui soli che provano a impersonare una parte e sono destinati a fallire. Courtney non sa ancora cosa vuole, sente di poter essere qualcosa in più di un visino sorridente e ben truccato e si riconosce capace di uno sguardo intelligente e di conversazioni brillanti ma non vuole rinunciare ad essere compresa e amata, mentre la realtà che la circonda le mostra che le donne emancipate, le donne che lavorano, sono sole. E allora come si diventa donne? Courtney con tutta l’energia degli adolescenti prova in ogni modo ad esserlo, sbagliando e ritentando, allontanandosi e riavvicinandosi alla se stessa più autentica.

  

Pamela Moore cerca di farlo attraverso la scrittura, attraverso il suo essere artista, spesso costringendosi ad un rigore di cui non si credeva capace, spesso seguendo il suo istinto e fuggendo dal clamore che non sente appartenerle. Soffre dell’etichetta di “romanzo dello scandalo” che la stampa le ha imposto, soffre per le domande sulla sua vita sentimentale durante le interviste, si sente imprigionata nell’immagine che il romanzo, evidentemente autobiografico, ha dato di sé, vuole essere presa sul serio.  Ma il riscatto attraverso la cultura, così come per la Esther protagonista de La campana di vetro di Sylvia Plath (autrice che viene spessissimo accostata, a ragione, a Pamela Moore, con la quale condivide il triste destino) non arriverà mai.

Il libro è stato tradotto in Italiano immediatamente dopo la sua uscita, per Mondadori, ed ha avuto grande successo in Europa, soprattutto in Francia. L’edizione che io ho letto, e dalla quale ho copiato una parte della postfazione, è l’ultima in ordine di pubblicazione: Mondadori collana Meridiani paperback.
In libreria lo metto vicino a:




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